Una buona agenda per il Pd

In una lunga lettera inviata a Reset per partecipare alla commemorazione dei cinquant’anni dalla morte di Luigi Einaudi, Giorgio Napolitano ripercorre le vicende del difficile rapporto tra liberalismo e riformismo italiani nel quadro della costruzione europea. Si potrebbe dire che, nel suo saggio, indica l’esigenza di una “riforma del riformismo”, chiamato ad assumere appieno gli obiettivi della liberalizzazione, anche sacrificando gli aspetti obsoleti o addirittura parassitari delle conquiste dello stato sociale.
16 AGO 20
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In una lunga lettera inviata a Reset per partecipare alla commemorazione dei cinquant’anni dalla morte di Luigi Einaudi, Giorgio Napolitano ripercorre le vicende del difficile rapporto tra liberalismo e riformismo italiani nel quadro della costruzione europea. Si potrebbe dire che, nel suo saggio, indica l’esigenza di una “riforma del riformismo”, chiamato ad assumere appieno gli obiettivi della liberalizzazione, anche sacrificando gli aspetti obsoleti o addirittura parassitari delle conquiste dello stato sociale. Invadenza dello stato e spesa assistenzialistica e clientelare, le bestie nere di Einaudi, sono ostacoli da rimuovere, per realizzare le libertà di mercato “importate” dall’Europa, e per poter difendere l’essenza della protezione sociale in una fase di forte competizione globale. Il riformismo, che storicamente si è aggregato sul tema della redistribuzione sociale dei benefici della crescita, oggi deve confrontarsi con il problema di assicurare le condizioni dello sviluppo. L’orizzonte di questa riflessione è l’Europa, che ha saputo sciogliere nodi complessi anche grazie a classi dirigenti politiche di eccezionale valore, e che ora a Napolitano pare rifluire in egoismi nazionalistici a causa della decadenza della democrazia e della debolezza culturale delle leadership presenti. “Ci si può, chiedere – ha scritto Napolitano nell’intervento pubblicato ieri da Repubblica – come e perché quel filone di pensiero liberale abbia incontrato sordità e suscitato contrapposizioni nell’area del riformismo e, più concretamente, nella sinistra legata al mondo del lavoro, quando prese corpo, tra la fine degli anni Quaranta e gli anni Cinquanta, una nuova dialettica politica democratica nell’Italia repubblicana”.
Il messaggio è soprattutto diretto alla sinistra, chiamata ad assumere all’interno del proprio bagaglio culturale il nuovo riformismo, connotato dal riconoscimento del valore centrale della libertà di mercato e dalla prevalenza della dimensione europea. Un riformismo della competizione, invece che della redistribuzione, è una concezione ardua da inglobare in una vicenda storica della sinistra connotata invece dall’opposizione tra competizione e redistribuzione. C’è da sperare che un invito così autorevole serva ad aprire una discussione libera da schematismi obsoleti.